Maestro Adamo – Ivi è Romena, là dov’io falsai

Inferno, Canto XXX

Argomento del Canto

Ancora nella X Bolgia dell’VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i falsari. Apparizione dei falsari di persona, tra cui Gianni Schicchi e Mirra. Incontro coi falsari di monete: Mastro Adamo. I falsari di parola: Sinone e la moglie di Putifarre. Rissa tra Sinone e Mastro Adamo. Virgilio rimprovera aspramente Dante.
I falsari di monete: Mastro Adamo (49-90)

Stradano, Mastro Adamo e Sinone

Stradano, Mastro Adamo e Sinone

Dante nota un dannato dal ventre così gonfio che sembrerebbe un liuto, se non fosse che al fondo della pancia ha le due gambe. Ciò è effetto dell’idropisia, malattia che deforma le parti del corpo accumulando liquido nel ventre; il dannato ha anche le labbra aperte per la sete, proprio come accade al tisico. Il dannato apostrofa Dante e Virgilio, meravigliato del fatto che vanno per l’Inferno senza alcuna pena, quindi si presenta come Mastro Adamo, che visse nell’abbondanza e ora brama un goccio d’acqua. Egli ripensa sempre ai freschi ruscelli del Casentino e tale ricordo lo tormenta assai più della malattia di cui ora è vittima: la giustizia divina lo punisce facendogli pensare a quei luoghi dove peccò e inducendolo a sospirare di continuo. In quelle terre infatti c’è il castello di Romena, dove lui ha falsificato i fiorini ed è stato arso sul rogo. Se solo vedesse tra i compagni di pena l’anima di Guido, o di Alessandro o del loro fratello Aghinolfo (i conti Guidi), in cambio rinuncerebbe a bere dell’acqua della fonte Branda: uno di loro (Guido) è già nella Bolgia, stando a quel che dicono gli altri dannati, e se Adamo potesse muoversi anche solo di un’oncia in cent’anni si sarebbe già messo alla sua ricerca, nonostante la Bolgia abbia una circonferenza di undici miglia e non sia larga meno di mezzo miglio. Mastro Adamo è dannato a causa dei conti Guidi, che l’hanno indotto a falsificare i fiorini con tre carati di metallo vile.

 

Testo

Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.                          51

La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,                            54

facea lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.                      57

«O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss’elli a noi, «guardate e attendete                             60

a la miseria del maestro Adamo:
io ebbi vivo assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.                      63

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,                                 66

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’io nel volto mi discarno.                       69

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.                                 72

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.                                   75

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.                              78

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c’ho le membra legate?                        81

S’io fossi pur di tanto ancor leggero
ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,                                84

cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.                       87

Io son per lor tra sì fatta famiglia:
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia».                                 90

Parafrasi

Io ne vidi uno che sarebbe stato uguale a un liuto, se solo l’inguine fosse stato separato dalle due gambe.

La grave idropisia, che a causa della linfa smaltita male deforma a tal punto le membra che il viso è assai più magro dal ventre,

lo spingeva a tenere le labbra aperte come fa il tisico, che per la sete tiene il labbro superiore in alto e quello inferiore verso il mento.

Egli ci disse: «O voi che siete privi di pena all’Inferno, e non so il perché, guardate con attenzione

alla misera sorte di Mastro Adamo: io in vita fui nell’abbondanza e ora, ahimè!, desidero vanamente un goccio d’acqua.

I ruscelli che scendono dalle verdi colline del Casentino verso l’Arno, facendo i loro letti freschi e bagnati,

mi stanno sempre davanti agli occhi e non per niente, poiché la loro immagine mi asciuga molto più del male per cui ho il volto scavato.

La dura giustizia divina che mi tormenta sfrutta il luogo dove peccai per farmi sospirare ancora di più.

Laggiù sorge il castello di Romena, dove io falsificai il fiorino e per questo fui arso vivo.

Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido, di Alessandro o di loro fratello (Aghinolfo), in cambio rinuncerei a bere dalla Fonte Branda.

Uno di loro (Guido) dovrebbe essere già qui, se le anime arrabbiate che girano intorno dicono il vero; ma a che mi serve, dal momento che non posso muovermi?

Se fossi ancora tanto agile da poter percorrere un’oncia in cent’anni, io mi sarei già messo in cammino,

cercandolo in mezzo a questi dannati deturpati dalle malattie, anche se la Bolgia ha una circonferenza di undici miglia e una larghezza non inferiore al mezzo miglio.

Io sono qui a causa loro: essi mi spinsero a coniare i fiorini che avevano tre carati di metallo vile».

 

 

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