L’Arno – Un fiumicel che nasce in Falterona

Purgatorio, Canto XIV

E io: “Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia…”        

Argomento del Canto

Ancora tra gli invidiosi della II Cornice. Incontro con Guido del Duca e Rinieri da Calboli. Apostrofe di Guido contro gli abitanti di Valdarno e profezia su Fulcieri da Calboli. Condanna della corruzione morale della Romagna. Esempi di invidia punita e ammonimento di Virgilio agli uomini.
È il pomeriggio di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, alle tre.

Due invidiosi parlano fra loro e con Dante (1-21)
Uno dei due chiede al poeta chi sia e da dove venga, poiché la grazia che gli è concessa di essere lì da vivo li fa meravigliare. Dante risponde dicendo che dal Falterona nasce un fiume (l’Arno) che attraversa la parte centrale della Toscana per più di cento miglia, e che lui proviene dalla sua valle. Dire il proprio nome sarebbe inutile, giacché egli non è ancora così famoso.

Corruzione degli abitanti di Valdarno (22-54)

La sorgente dell'Arno, sul Falterona

La sorgente dell’Arno, sul Falterona

Una delle due anime (Guido del Duca) osserva che Dante sta parlando dell’Arno, mentre l’altra chiede al compagno di pena perché il poeta abbia omesso di pronunciare il nome del fiume, come se fosse qualcosa di orribile. Guido risponde di non saperlo, ma di essere certo che il nome della Valle dell’Arno dovrebbe scomparire. Infatti l’Arno, dalla sua sorgente sull’Appennino dove il rilievo è particolarmente alto, fino alla foce dove il fiume restituisce al mare l’acqua che è evaporata da esso, scorre in terre dove tutti fuggono la virtù e gli abitanti della valle si sono trasformati in bestie. L’Arno scorre dapprima tra sudici porci (i Casentinesi) più degni di mangiare ghiande che cibo umano, poi trova dei botoli (gli Aretini) che ringhiano più di quanto essi siano forti, allontanandosi poi da loro. Nel suo basso corso, dove la valle è più ampia, l’Arno trova una fossa dove i cani sono diventati lupi (i Fiorentini), poi scende in bacini profondi e trova volpi dedite alla frode (i Pisani), tanto che non temono alcuna astuzia.

 

Testo

Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini;                                          9

e disse l’uno: «O anima che fitta
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta                                       12

onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più mai».                          15

E io: «Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.                                   18

Di sovr’esso rech’io questa persona:
dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
ché ‘l nome mio ancor molto non suona».                   21

«Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno
con lo ‘ntelletto», allora mi rispuose
quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».                          24

E l’altro disse lui: «Perché nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com’om fa de l’orribili cose?».                                 27

E l’ombra che di ciò domandata era,
si sdebitò così: «Non so; ma degno
ben è che ‘l nome di tal valle pèra;                                 30

ché dal principio suo, ov’è sì pregno
l’alpestro monte ond’è tronco Peloro,
che ‘n pochi luoghi passa oltra quel segno,                33

infin là ‘ve si rende per ristoro
di quel che ‘l ciel de la marina asciuga,
ond’hanno i fiumi ciò che va con loro,                            36

vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:                             39

ond’hanno sì mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.                         42

Tra brutti porci, più degni di galle
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.                                     45

Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.                                 48

Vassi caggendo; e quant’ella più ‘ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.                                     51

Discesa poi per più pelaghi cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.                       54

Parafrasi

Così due spiriti, chinati l’uno verso l’altro, parlavano di me alla mia destra; poi alzarono i volti, come per parlarmi;

e uno di loro disse: «O anima che te ne vai verso il cielo quando ancora sei dentro il corpo, in nome della carità consolaci e dicci

da dove vieni e chi sei; infatti, con la grazia di cui sei oggetto ci fai stupire di una cosa che non è mai avvenuta».

E io: «Nella parte centrale della Toscana scorre un piccolo fiume che nasce dal Falterona, e il suo corso si estende per più di cento miglia.

Io vengo dalla sua valle: se vi dicessi il mio nome parlerei vanamente, perché esso non è ancora molto famoso».

Quello che parlava prima mi disse: «Se il mio intelletto comprende bene ciò che vuoi dire, tu parli del fiume Arno».

E l’altro chiese: «Perché ha omesso di pronunciare il nome di quel fiume, come si fa con le cose orribili?»

E l’anima cui fu domandato questo rispose così: «Non lo so, ma certo è giusto che il nome di quella valle scompaia;

infatti dalla sorgente di quel fiume, dove l’Appennino che è separato dal Peloro è tanto massiccio che in pochi altri punti lo è di più, fino alla foce dove restituisce al mare l’acqua

che da esso evapora e alimenta il fiume attraverso piogge e nevi,

tutti fuggono la virtù come una biscia, o per sfortuna del luogo o per una cattiva abitudine che li induce a questo:

per cui gli abitanti della misera valle hanno mutato la loro natura, tanto che sembra che Circe li abbia trasformati in bestie.

La valle dell’Arno indirizza dapprima il suo piccolo corso tra sudici porci, più degni di mangiare ghiande che altro cibo per gli uomini.

Poi, scorrendo verso il basso, trova botoli che ringhiano più di quanto la loro forza consenta, e devia il suo corso disdegnosa da essi.

La valle maledetta e sciagurata scende ancora più in basso e quanto più si allarga, tanto più trova cani divenuti dei lupi.

Discesa poi in bacini profondi, trova delle volpi così dedite alla frode che non temono alcuna astuzia che possa catturarle.

 

 

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