Riserva Naturale del Lago di Burano (WWF)

A cura di Giulia Bernardi ed Ilio Grassilli

C’erano anche nonni e nipoti all’ oasi naturalistica di Burano e ai vicini siti archeologici. Quando io, mio fratello Andrea e le cuginette Gaia ed Elisa siamo arrivati con nonno vicino alla stazione Ostiense, abbiamo trovato tutta la “Giovane Montagna” che ci aspettava. Mi sembrava di essere l’unica assonnata, perché tutti gli altri erano vivaci e pronti per una nuova passeggiata in compagnia. Il viaggio in pullman non è durato molto, ed è stato bello chiacchierare con gli amici di nonno.

Siamo arrivati all ’Oasi Naturalistica di Burano, vicino ad Ansedonia, poco prima del promontorio dell’Argentario. L’oasi è costituita da un piccolo lago costiero, separato dal mare da un tombolo, e dalla macchia mediterranea che lo circonda. Ci ha accolti subito Giovanni, la guida: un po’ di tempo per sistemarci e riprenderci dal viaggio e subito ci siamo inoltrati nel bosco. Mentre entravamo nella riserva, attraverso un simpatico scherzo con Meryem protagonista, Giovanni ci ha insegnato che l’animale più sporco della natura è proprio l’uomo. Durante il tragitto, ha fatto un esperimento con Gaia e Andrea, facendoci vedere che la sabbia dell’oasi contiene molta magnetite, un materiale ferroso che è come una calamita. Ci ha parlato di molte cose, delle piante e degli animali tipici della macchia, dei pesci e degli uccelli che abitano quella riserva, ed è stato molto interessante. Ci siamo divisi in due gruppi e siamo entrati nell’osservatorio, una piccola capanna riservata posta sulla laguna. Con l’aiuto del binocolo, siamo riusciti ad osservare delle anatre che nuotavano con i loro piccoli e, in lontananza, anche qualche fenicottero. Continuando a camminare, abbiamo avuto modo di vedere gli uccelli acquatici anche dall’alto, su una piattaforma rialzata che si affacciava sull’acqua1. Il mare era molto mosso e mentre tutti si sono seduti sulla spiaggia a riposarsi, chiacchierare e mangiare qualcosa. Io e le mie cugine ci siamo messe a “giocare” con l’acqua sul bagnasciuga, rischiando di bagnarci, ed alla fine così è stato: abbiamo dovuto infatti proseguire la passeggiata con le scarpe zuppe. Dopo insistenti richieste, noi che eravamo affamati abbiamo finalmente potuto gustarci il nostro panino, per poi ripartire verso la Tagliata Etrusca (nota anche come “Lo Spacco della Regina”). La guida ci ha spiegato che, in realtà, lo spettacolare taglio della montagna è opera dei Romani, che lo effettuarono al fine di regolare il livello del lago, che allora era molto più grande di adesso, e di rendere agibile il porto di Cosa. Il porto di Cosa era importante come punto d’appoggio delle flotta militare romana impegnata nel mediterraneo contro i Cartaginesi. In alto, sul promontorio, c’era la città di Cosa, con la fortezza molto possente e maestosa, che doveva servire a proteggere il porto. Salendo per visitare gli scavi, abbiamo colto l’occasione anche per visitare l’abitato di Ansedonia, che è stato bello, ma era sviluppato su una salita e quindi è stato molto faticoso. La fatica è servita però per smaltire il panino ed è stata compensata dal panorama che si godeva da lassù. Infatti la vista del mare e degli scogli era mozzafiato. Siamo finalmente arrivati, col fiatone, alle rovine di Cosa. Qui, purtroppo, ci attendeva una brutta sorpresa: infatti, il cancello era chiuso, nonostante sarebbe dovuto essere aperto. Ho sentito certi discorsi dei grandi su come funzionano le cose in Italia… speriamo che quando saremo grandi noi riusciremo a farle andare meglio! Alcuni di noi sono entrati ugualmente, passando per un buco che era nella rete, e tutti abbiamo potuto ammirare un tratto delle mura in opera poligonale. Alla fine siamo risaliti sull’autobus. La guida ha proposto di andare in un posto vicino a vedere i fenicotteri, ma eravamo talmente sfiniti che abbiamo preferito rientrare a Roma. Durante il viaggio di ritorno, una signora (Serena! ndr) ci ha cantato una canzone che aveva appena scritto, ed è stata molto divertente: per me è stata davvero brava perché ha saputo riassumere in poche righe i ricordi più belli di quella giornata passata insieme. Credo che questa gita sia stata davvero bella ed interessante, ma un po’ faticosa (per me). Spero di poter ripetere questa esperienza.

1ndr: Il socio Ilio Grassilli, presente all’escursione ha ritenuto opportuno inviare la seguente integrazione al precedente resoconto, che volentieri pubblichiamo:

Poi Giovanni ci ha condotto alla spiaggia, che era ricoperta di tronchi e grossi rami, e ci ha detto che, essendo una riserva naturale era giusto che fosse così e che questo materiale non sarà rimosso. C’erano però anche molti barattoli di plastica e quelli li abbiamo portati via.Nota di cultura ingegneristica. Lo spacco della regina anticamente permetteva l’accesso al porto di Cosa. In seguito ad una grossa frana è diventato inutilizzabile. Per questo motivo, intorno al 2° sec. A.C. gli abitanti di Cosa (etrusco-romani) per evitare l’insabbiamento del porto, costruirono questa stupefacente opera di ingegneria idraulica. Di fatti, essa, anche in caso di mare grosso, permette sempre che l’acqua in uscita dal porto e dal lago di Burano, possa tranquillamente defluire in mare. L’opera è stata scavata nella viva roccia (calcare), che per l’epoca non era certamente cosa da poco. Poi, come se non bastasse, i macigni estratti, una volta ben squadrati,venivano portati in cima al promontorio al promontorio, per costruire le mura ciclopiche di Cosa.

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