Leopardi e il Nepal (di Fabrizio Farroni)

Cari amici, nel corso degli ultimi mesi uno dei paesi simbolo per chi ama la montagna, il luogo in cui si trovano le più alte cime del pianeta, è stato devastato da un violento terremoto che ha causato migliaia di vittime. Oltre alla distruzione della città di Katmandu, anche le montagne intorno sono state sconvolte da valanghe e distruzioni dei vari campi base, eventi che hanno portato al blocco delle ascensioni sull’Everest per la distruzione di tutte le vie e l’assoluta priorità di affrontare tutte le emergenze sanitarie e di ricostruzione del paese.
Quando ho sentito le notizie sul sisma, nella mia mente si sono susseguite una serie di rapide concatenazioni riguardanti la fragilità della specie umana e l’assoluta indifferenza della natura e del pianeta rispetto a tutte le specie viventi, e quindi anche all’uomo.
Uomo che da sempre cerca di addomesticare l’ambiente naturale e vuole ricondurlo alle proprie necessità e che periodicamente si trova, nelle diverse parti del mondo, ad affrontare la furia degli elementi naturali che lo schiacciano e annientano i suoi sforzi.
Come dimenticare i vari tsunami in Indonesia, in Giappone e i tanti terremoti devastanti in Italia e in tante altre zone sismiche del mondo? Non parlo di alluvioni o di frane che spesso vedono responsabile l’uomo di una violenza sulla natura tale da far quasi apparire il disastro ambientale una forma di ripristino della natura stessa. Parlo invece di eventi, quali eruzioni vulcaniche e terremoti che, almeno allo stato attuale delle conoscenze, non sono provocate da attività umane ma dalle incredibili forze del nostro pianeta, ancora in formazione e che ben poco si cura “della felicità degli uomini o all’infelicità”.
E le mie concatenazioni mi hanno riportato alla mente il bellissimo brano di Leopardi dal “Dialogo della natura e di un islandese” una delle operette morali che vale la pena di rileggere, nel corso della quale la natura, dopo essere stata messa alle corde da una veemente invettiva del povero islandese risponde che “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’ avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so” ; ma poi, alla seconda e più filosofica domanda del perché allora siamo stati messi al mondo, la stessa Natura spiega che “ la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo”.
Mi sono detto che mentre la prima visione, come molte del grande poeta, è negativa e pessimista, la seconda riposta mette in luce una visione più ampia e complessa delle motivazioni delle distruzioni e dei cataclismi naturali e allora i miei ricordi sono andati verso l’ultimo componimento di Leopardi, la “Ginestra”, una lunga poesia che chiude la sua produzione poetica e che è bene illustrata e riportata nel film “Il giovane favoloso”.

Tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti.

Qual è la risposta di Leopardi al destino dell’uomo, in balia di una natura che “ Con lieve moto in un momento annulla” tutti gli sforzi umani? Un fiore profumato, colorato, flessibile e tenace che tante volte abbiamo visto nelle nostre passeggiate e che con la sua lenta forza, colonizza nuovamente il terreno sconvolto dall’eruzione.
Ginestra che rappresenta l’uomo che capisce, la sua condizione di creatura, i propri limiti, li accetta e reagisce con la forza della solidarietà, quella grande capacità che gli uomini hanno di aiutare coloro che sono colpiti da eventi catastrofici e di innescare una vera corsa alla collaborazione e alla condivisione per affrontare insieme il futuro.
Un invito valido per tutti noi a tendere una mano solidale sia alla popolazione del Nepal così duramente colpita che a tutte le persone con cui camminiamo condividendo le emozioni, le fatiche e le gioie della montagna.

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